Città tumorali: la prigione urbana di John Carpenter

L'attraversamento di Broadway, "1997: Fuga da New York"

Il cinema di John Carpenter non nutre molta fiducia nel genere umano e nella sua possibilità di riscatto; in questa linea è sua una delle più feroci, violente, comiche ed eccessive anti-utopie, 1997: Fuga da New York.

La New York di Carpenter è un’intera città trasformata in carcere di massima sicurezza, il cui posto di sorveglianza, colmo dell’ironia, si trova a Liberty Island, sotto la Statua della Libertà, passata da sinonimo di speranza a guardiana della prigionia, testimoniando così la fine del sogno americano.

Nella metropoli in cui si può solo entrare, chiusa da alte mura, dal mare, da ponti minati e abbandonata a se stessa, i condannati vivono consumando le poche risorse rimaste, cibo, abiti, benzina; i palazzi vengono costantemente saccheggiati e sempre più ridotti a macerie, diventando covi di bande che si contendono il territorio; il degrado urbano diventa ambiente di lotta per la sopravvivenza in stile post-atomico.

Svolgendosi quasi interamente di notte, il film è rischiarato solo dalle torce e dai falò nei bidoni dell’immondizia; dal buio vengono minacce e una specie di dis/ordine criminale: se da una parte tribù vestite di stracci spuntano dai tombini ed entrano nelle case per uccidere come i vendicativi fantasmi di Fog, dall’altra il ricco Duca gira, leader indiscusso e indisturbato, con il suo corteo di limousine adornate da lampadari di cristallo.

Ma pur in questa oscurità, tra il costante pericolo di essere rapinati o uccisi da chiunque e in qualunque momento, in cui si può al massimo sopravvivere (sorta di apoteosi del no-future fine anni ’70), si intravedono di tanto in tanto spiragli di possibilità: qualcuno cerca di organizzare spettacoli teatrali, l’astuto Mente/Brain scava petrolio nella biblioteca, il vecchio tassista porta ancora la sua auto e i suoi passeggeri, ascoltando una vecchia cassetta di jazz e illudendosi che la vita non sia poi così diversa e folle rispetto all’esterno.

Più che una trasformazione voluta dalle autorità, quella di New York sembra agli occhi di Carpenter una naturale evoluzione in forma violenta del degrado urbano, una rinuncia a ogni tentativo di recupero da parte di una società che, posta di fronte alla deriva sociale e al dilagare della criminalità, è interessata solo alla propria sicurezza.

In un tessuto corroso al suo interno da umani considerati alla stregua di cellule tumorali, solo un’altra metastasi sociale come il supercriminale Iena/Snake Plissken può sperare di infiltrarsi inosservata e salvare il Presidente degli Stati Uniti, il cui aereo è stato fatto schiantare da terroristi contro un grattacielo (Bin Laden non ha inventato alcunché 🙂