Ergot Project: l’onda oscura dei Beatles

Ergot Project Beat-Less

Stanley Kubrick diceva che per fare un film non era necessario scrivere una nuova storia, bastava pescare nella letteratura; cosa che regolarmente il regista faceva, utilizzando romanzi e racconti come solida base per proiettare sullo schermo non l’idea originale dello scrittore bensì la sua.

In questa chiave va letto Beat-Less, album di esordio del collettivo artistico Ergot Project. Racchiuso in una ricercata grafica steampunk c’è un esperimento che utilizza la musica dei Beatles per raccontare una visione musicale, esperimento apparentemente affidato all’anarchia ma in realtà attentamente diretto e orchestrato, dove nulla è affidato al caso.

Sono pezzi che a volte stravolgono l’impianto originale, invertendo o sopprimendo strofe e ritornelli, cambiando melodie, eliminando riff e giri caratterizzanti. La musica esce filtrata attraverso il setaccio dell’industrial e del trip hop più cupo, da cui emergono improvvise e inaspettate citazioni.

Così Tomorrow Never Knows pare uscire da Mezzanine dei Massive Attack, Revolution rallenta in una lullaby dei Cure, una dilatata Helter Skelter allunga i Nine Inch Nails sul ritmatissimo monologo del criminale Charles Manson, che proprio da questo brano faceva discendere i suoi appelli al caos e alla distruzione. Nella versione degli Ergot Project i quattro ragazzi di Liverpool passano da cantori della felicità a motore dell’inquietudine, di speranze disilluse e di nuove luci.

Orfeo Rave: il buio oltre lo Stige

Orfeo Rave

Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso.

Cesare Pavese, L’inconsolabile, da Dialoghi con Leucò

Orfeo Rave è una produzione totale, dove elementi del racconto e performance di attori, danzatori, cantanti e tecnici portano ad abitare un inquietante, gigantesco luogo scenico: l’ultimo spettacolo del Teatro della Tosse si svolge dentro il Padiglione Blu della Fiera di Genova, uno spazio immenso di decine di migliaia di metri quadri, complesso nato per mettere (e mettersi) in mostra e che quindi è completamente aperto ed esposto agli occhi dei visitatori. A chiuderlo e dividerlo nelle varie scene teatrali è il buio, una quinta temporanea ed effimera costruita con l’assenza di luce, che nasconde le scenografie fino a quando i riflettori non le illuminano e gli artisti trascinano con loro il pubblico a passarci attraverso, a occuparle o a delimitarle.

Orfeo Rave

In questa discesa agli inferi, attraverso una scala mobile spenta in un iniziale angusto spazio costretto in uno Stige di plastica trasparente, la morte di Euridice è ricostruita a frammenti da un folle Aristeo in un episodio di tragedia di provincia; Persefone è un’anziana seduta con il marito (dormiente come da tradizione) Ade sul divano di casa, Ermes un anatomopatologo videoripreso; il luogo ultimo dei defunti diviene un freddo obitorio con tavoli autoptici sui cui le anime riposano per l’eternità.

Orfeo Rave

Dall’oltretomba si esce inseguendo quasi di corsa un carrello motorizzato su cui suona un chitarrista che ricorda il Doof di Mad Max: Fury Road, attraverso tutto il padiglione fino al rave finale, rito che culmina con lo spaventoso sparagmòs dell’artista per eccellenza in una discoteca/palcoscenico, dove viene ricostruita una quarta parete che è stata per tutta la rappresentazione continuamente attraversata dagli attori, una separazione finale che lascia gli spettatori al di fuori e desiderosi di tornare a partecipare.

(fotografie Donato Aquaro/Teatro della Tosse)