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La croce dalle sette pietre

Sabato 15 agosto 2009

Una terrificante scena del film Una terrificante scena del film

Qualche sera fa, complici fidi amici, una monumentale cozzata e abbondanti libagioni di vino bianco e limoncello, ebbi occasione di visionare un raro e prezioso documento, "La croce dalle sette pietre"; per chi non lo conoscesse, viene considerato da molti uno dei film più brutti della storia del cinema.

Mi pare azzardato dare un giudizio così drastico, ma certo alla pellicola, scritta, diretta e interpretata da Eddy Endolf, nome d'arte (forse per evitare il linciaggio da parte degli spettatori) di Marco Antonio Andolfi, non mancano diverse caratteristiche che contribuiscono a creare quell'aura tipica solo delle autentiche ciofeche, che fa sì che, dovendo trovare un aggettivo per il film, la prima parola che venga in mente sia in effetti "brutto".

E' difficile individuare quali tra i vari elementi cinematografici siano più influenti ai fini della formulazione di un tale giudizio; di sicuro un peso non indifferente hanno la regia per così dire stentorea dell'Andolfi, la sceneggiatura imbarazzante, il montaggio caotico e spesso immotivato, che conferisce un ritmo altalenante e una pressoché totale illogicità nelle azioni, la colonna sonora casuale, le scenografie non sempre all'altezza delle situazioni, la fotografia lasciata a se stessa, messa a fuoco compresa, e, non ultima, la recitazione nel complesso poco convincente, per usare un eufemismo.

Ma certo anche la trama gioca un ruolo preponderante. Cercherò di riassumerla come posso, in parte per via del limoncello consumato durante la visione, ma soprattutto perché è difficile riorganizzare gli avvenimenti del film in modo da poterne dedurre una storia di senso compiuto.

Ordunque, "La croce dalle sette pietre" inizia con una fugace orgia sadomaso. Non se ne comprende bene il motivo (probabilmente un rito satanico, o forse il riciclo di girato da un altro film), ma così è: ci sono vari uomini e varie donne che si accoppiano con tecniche miste. L'unico che non copula è un vecchio invasato, che invoca con convinzione ad alta voce il nome di un certo Aborym. Visto che non accade altro, alla fine Aborym, grazie anche a un fuori fuoco (tratto stilistico dell'intera pellicola), si decide a palesarsi: non si sa bene chi o che cosa sia, ma ha vagamente le sembianze di un secondo cugino di Chewbacca, il wookiee di "Guerre stellari"; purtroppo, dato il budget estremamente ridotto, possiede molto meno sex appeal del suo lontano parente. Ciò nonostante, vista la situazione, ovvero visto che ormai tutti scopano con tutti, Aborym addocchia una femmina umana libera e si dà da fare a modo suo.

Dalla felice unione dei due nasce Marco, un bambino mezzo umano e mezzo Aborym. La metà Aborym di Marco fa sì che a ogni mezzanotte egli si trasformi in un essere per metà umano e per metà Aborym; la metà umana invece fa sì che Marco sia per metà idiota e per metà molto perplesso.

La madre di Marco trova un rimedio al piccolo problema "mutante" del figlioletto: gli mette al collo una croce con sette pietre, un oggetto tristissimo probabilmente recuperato da un uovo di Pasqua in saldo. Per un imprecisato motivo, la croce fa sì che Marco non diventi un Aborym nell'ora in cui Cenerentola tende a tornare a casa. L'idea, per quanto ingegnosa, non piace molto a babbo Aborym, che anzi la prende molto male, soprattutto per la sua inclinazione a dare al figlio una equilibrata cultura di stampo laico (è ormai nota la sua opposizione all'ora di religione nelle scuole), e uccide la consorte di fatto, facendole esplodere il ventre con la forza del pensiero (c'è una sottile simbologia, a voi trovarla; rinunciate invece a capire da dove arrivi tutta quella potenza telecinetica, considerato il ridotto cervello di Aborym).

Passano gli anni. Un giorno, non si sa perché (ma, del resto, di molte cose in questo film non si sa il perché e forse è meglio rinunciare a porsi la questione), Marco, divenuto ormai un ometto (interpretato dal regista stesso, Marco, e l'omonimia può far pensare che la storia celi un risvolto autobiografico), si reca da Roma a Napoli, a trovare la cugina che non vede da quando era bambino. Ad attenderlo alla stazione c'è una bionda che lui pensa sia la cugina, che lo porta a bere qualcosa in un baretto e poi tenta più volte di fare una misteriosa telefonata. La cugina e la sua telefonata non appaiono di alcuna importanza nella trama ma, visto il tempo che il regista vi ha dedicato, pare essere d'uopo almeno menzionarle.

All'uscita del bar, Marco viene scippato da alcuni manigoldi in motorino. Questo episodio, come altri successivi, portano nel film un certo clima da documentario di denuncia sociale che non va trascurato, dovendo proprio disperatamente difenderlo. I ladruncoli gli portano via, oltre a vari effetti personali, anche la preziosa croce gemmata. Marco si mette all'inseguimento, grazie al provvidenziale quanto improbabile intervento immediato di una doppia pattuglia di polizia. I furfanti vengono acciuffati dopo una lunga e alquanto noiosa sequenza di corsa in auto, rigidamente sotto i cinquanta all'ora per evitare noie alla produzione. Purtroppo la croce non viene recuperata.

Marco si presenta a casa della cugina. Gli apre una mora, la vera cugina (la bionda della stazione era una cugina finta, ma state tranquilli: ci siamo cascati tutti), che cerca di dissuaderlo dalla ricerca della croce, invano.

Chiedendo notizie per i vicoli di Napoli, Marco passa prima da un bordello, dove offre da bere a una prostituta e viene preso a pugni e a calci in culo dai buttafuori, quindi arriva all'appartamento di Totonno il Cafone, un noto ricettatore, che ha ceduto la croce a Don Raffaele Esposito, un boss della camorra di Somma Vesuviana. Purtroppo è ormai mezzanotte. Marco diventa mezzo Aborym e dapprima strangola il povero ricettatore, poi lo scioglie con lo sguardo (menzione al grande impegno del reparto effetti speciali per la soporifera sequenza di scioglimento del volto del malcapitato Totonno).

Tornato umano, Marco arriva in stato di semi incoscienza a casa della prostituta. Segue una lunga sequenza onirica (circa tre minuti), per buona parte inspiegabile, probabilmente un incubo di Marco. Forse in origine era prevista come intervallo per la pubblicità o forse si tratta di un trailer del film stesso in versione psichedelica. Vi possiamo riconoscere eventi già accaduti (flash-back), eventi che devono ancora accadere (flash-forward) ed eventi che nulla hanno a che vedere con il film (flash-alla-cazzo-di-cane); nel sogno Marco invoca più volte la mamma e compare Aborym, circondato da un globo di luce rossa.

Marco riparte alla ricerca della sua croce antiaborym, scalando via via i vari gradi della criminalità più o meno organizzata e guadagnandosi il soprannome di "il romano", che gli rimarrà attaccato anche al suo ritorno a Roma come tratto distintivo. Giunge alfine alla villa del boss, dove viene percosso a lungo da alcuni lestofanti: gli chiedono se sia lì per un generale di Palermo, se stia indagando sulla morte del prefetto o su un traffico di droga dall'America. Arrivano anche dei mafiosi italoamericani che dicono di essere "gli amici siciliani" e di essere stati inviati da un non meglio precisato "onorevole". Con loro c'è anche un medico dall'accento incerto (forse russo), che pratica a Marco un'iniezione di siero della verità. Marco, deludendo tutti, continua a sostenere di essere lì per la sua croce gemmata. A uno dei furfanti viene a questo punto il leggero sospetto che la croce sia quella presa da Totonno il ricettatore e regalata da Don Raffaele a un'amica di Roma.

Nel frattempo, si è fatta di nuovo mezzanotte: Marco, con una metamorfosi di durata estenuante (usatela come meglio credete, noi ci siamo presi il limoncello), si trasforma nuovamente nel mezzo Aborym e fa strage di camorristi, mafiosi, finestre e tavolini da salotto di cartapesta. Alla fine, recuperato il suo aspetto normale e i suoi vestiti (il mezzo Aborym gira nudo come la signora Aborym l'ha fatto), viene caricato in auto dalla prostituta che, mentre noi eravamo distratti, l'ha seguito e si è innamorata di lui.

Per quanto possa sembrare strano, non rimane molto da raccontare. Marco torna a Roma, si reca nella casa dell'amica del boss. Dall'appartamento esce un arabo che dice qualcosa in arabo. Marco non capisce e recita la sua battuta giustamente memorabile: "Mah". L'amica del boss risulta essere un'altra prostituta. Marco ridiventa Aborymarco; prima si spupazza la pulzella con fare per così dire atletico, provocandone la morte; infine, recuperata la croce, se ne va con la prostituta (la prima) in piazza San Pietro, dove gli appare il rasserenante volto di Gesù Cristo, chiaro simbolo della pace ritrovata.

Recentemente il regista ha lavorato al sorprendente seguito "Riecco Aborym", sorprendente non tanto per le sconvolgenti rivelazioni in esso contenute, quanto per il fatto che sia stato effettivamente realizzato; potete trovarne l'inquietante trailer su YouTube. Buona visione.

Scritto da gky - ***** - Commenti (1)

Commenti

Grazie Gianky, mi sono sbellicato dalle risate. Devo assolutamente vedere questa perla della cinematografia italiana :-D

Scritto da kr1zz, martedì 25 agosto 2009

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