Sabato 26 settembre 2009
Avviso di giacenza
Qualche giorno fa mi trovo nella cassetta delle lettere un "avviso di giacenza", ovvero uno di quei cartoncini che i postini lasciano quando devono consegnarti qualcosa e tu non sei in casa (io ero in casa, ma sorvoliamo).
Sull'avviso c'è scritto che devo ritirare un pacco in un ufficio postale. Per qualche insondabile motivo, l'ufficio postale indicato non è quello più vicino a casa mia; non è nemmeno quello dopo, nemmeno quello dopo ancora ecc. ecc.; l'ufficio postale indicato è a cinque chilometri da casa.
Oggi, a distanza di due giorni, ci vado, dopo averne controllato l'effettiva esistenza (sia lodato Google maps). Sull'insegna fuori dalla porta c'è scritto "Ufficio inesistate". Il posto è pieno di gente incazzata, almeno questa è la mia impressione: quando vedo uno infilato con la testa oltre il bancone che urla "Ma porc'u'belin, non ce l'ho con lei, ma non è possibile che non si trovi!", un altro che dice "Me lo poteva dire prima che ce l'avevo da un'altra parte!" e un altro che confessa a un muro "Cazzo, non è possibile, son venti minuti che siamo qui a menarcelo" potrei pensare che abbiano problemi con il loro organo riproduttivo; considerato che il posto non è il reparto andrologico di un ospedale, propendo per l'ipotesi incazzatura (termine in effetti adeguato).
Nell'ufficio, oltre alle persone incazzate, c'è un distributore di numeri. Ne prendo uno e guardo quello indicato sul display per sapere vagamente quanto devo aspettare.
Guardo meglio.
Guardo ancora meglio.
Il display non c'è.
Riconosco di avere qualche problema di vista, ma non così grave; comunque chiedo a un altro con il biglietto numerato in mano dove sia il display. Non lo vede nemmeno lui e conviene che non c'è.
Ci si aspetta a questo punto che gli impiegati agli sportelli pronuncino di volta in volta il numero successivo, ma questo non accade. L'unico modo per stabilire l'ordine pare sia quello di urlare nella sala "Chi ha il numero x?", dove x indica il numero precedente a quello che abbiamo, e sperare che qualcuno risponda.
Arriva il mio turno. Porgo l'avviso di giacenza all'impiegata. Quella lo guarda e mi chiede se ho un documento; ma prima ancora che io estragga la carta d'identità, dice "Ah, ma è un pacco?".
Sull'avviso c'è indubbiamente scritto che si tratta di pacco, quindi suppongo che la domanda vada presa come retorica. Però, visto che la tizia s'è bloccata e mi fissa (non sono bello: piaccio; ma anche a uno sguardo fisso c'è un limite), dopo un po' le dico: "Sì, c'è scritto che è un pacco". "Allora deve ritirarlo dall'altra parte: non deve fare la coda qui.".
Gli oscuri messaggi urlati che sento da quando sono entrato cominciano ad avere un senso. Con la mia espressione placida migliore chiedo dove sia l'altra parte. L'impiegata mi dice che devo uscire e rientrare dal cancello a sinistra.
Esco. Sul cancello a sinistra ci sono avvisi che di solito stanno appesi davanti a cantieri edili, avamposti militari, centrali nucleari e al Deposito di Zio Paperone: "Proprietà privata - Vietato l'accesso", "Divieto di accesso agli estranei" e così via.
Sfidando improbabili sentinelle, entro. Passo da una porta aperta con su il cartello "Uscita di sicurezza" e il biglietto "Questa porta deve restare chiusa" e mi trovo in un magazzino pieno di pacchi, pacchetti, pacchettini, buste e in generale qualunque forma possa avere un contenitore di oggetti da spedire.
Il posto apparentemente è deserto. Sempre confidando nella distrazione dell'apparato di sicurezza, mi addentro. Dopo un po' trovo una impiegata che sta timbrando un'enorme quantità di buste. Le riassumo brevemente la situazione. Continuando a timbrare, lei mi chiede se non ci sia nessuno nell'ufficetto dietro di me. Mi giro. Non c'è effettivamente nessuno. Le dico "No, non c'è nessuno" sperando che non prenda alla lettera la doppia negazione.
La timbratrice sospira; mi pare abbia anche detto "Eh, belandi", ma non ne sono del tutto sicuro. Mi chiede di mostrarle l'avviso, lo prende, lo guarda e poi mi dice "Andrò a prenderglielo io, che cosa vuole...".
La ringrazio. La timbratrice scompare tra pareti scaffalate. Dopo un po' riemerge trascinando un sacchetto. Il sacchetto contiene la solita scatola che Amazon usa per spedirmi libri che in genere trovo appoggiati sopra la cassetta delle lettere quando torno a casa.
Ringrazio e, più per curiosità che per masochismo, chiedo come mai il pacco sia finito in quel posto dimenticato dal dio Mercurio. Dato che la tizia sembra non afferrare, le ripeto la domanda omettendo la parte sul messaggero degli dèi. La tipa elabora un'ipotesi: "Si vede che non c'era nessuno in casa e il postino l'ha portato qui". "Sì, " ribatto, "ma ci sono altri uffici postali più vicini a casa mia. Come mai proprio qui?". La tizia risponde: "Eh, mah, boh, in effetti è strano, boh, mah, eh".
Ci rinuncio. Ringrazio, saluto e mi porto via la scatola.
Quando arrivo a casa, nella cassetta delle lettere c'è un altro avviso di giacenza, questa volta per un "pacco ordinario voluminoso" (sic). Questa volta non c'è scritto in quale ufficio postale ritirarlo. Non c'è un numero di spedizione. Solo il mio indirizzo e la dicitura "pacco ordinario voluminoso".
Chiamo il numero verde delle Poste italiane. Dopo un loop interminabile dalle "Quattro stagioni" di Vivaldi risponde uno che dice di essere Mauro; non credo di conoscerlo, ma si presenta come fossimo vecchi amici (tendenza purtroppo abbastanza diffusa nei call center).
A Mauro racconto l'intera vicenda, compresa l'intenzione di fare un post per un blog che da qualche tempo langue. Mauro si mette a ridere (il che mi fa pensare che il post per il blog potrebbe piacere); mi chiede di nuovo di che tipo di pacco si tratti e dice che secondo lui è un "pacco grosso" e che probabilmente si trova nell'ufficio postale più vicino a casa mia. Oppure in un altro ufficio postale. Oppure che è lo stesso pacco che ho già ritirato. Lui comunque non è in grado di rintracciarlo.
Lunedì andrò nell'ufficio postale più vicino a casa mia. Vi terrò aggiornati, che so che ci tenete.
Scritto da gky -




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