Attraverso lo schermo: Tron

Una scena da "Tron".

Trent’anni fa usciva nelle sale cinematografiche Tron, film che, pur nella sua ingenuità, rompeva per la prima volta la sottile barriera dello schermo del computer per trasportare il protagonista (e con lui lo spettatore) nel mondo digitale dei videogiochi.

Eliminando in modo forse un po’ infantile ogni tipo di interfaccia, il gioco scomponeva il corpo dell’incauto Flynn/Jeff Bridges e lo rigenerava all’interno del ciberspazio videoludico; hic et nunc totale, dunque, senza ambiguità identitarie: il mondo del videogioco è reale tanto quanto basta a ospitare una vita ricreata; non ci si collega ma ci si teletrasporta. La carne cessa di esistere e diventa informazione, insieme di bit descrittivo di una nuova forma. Il mondo di Tron esiste e non è per nulla virtuale. Il nuovo corpo non è una estensione della carne ma una sua transustanziazione. Non si indossa un avatar ma lo si diventa.

Anche se costretto in una superficialità da giocattolone disneyano per adolescenti, Tron ha sfondato lo specchio prima e più dei vari Tagliarbe o Matrix, rendendo possibli vite che si muovono nella dimensione digitale come le I.A. e i costrutti gibsoniani, con una resa visiva primitiva ma dotata di uno stile grafico insuperato, con scene astratte e surreali che sembrano uscite dai disegni di Karel Thole.

Appunti sparsi sul cinema di James Cameron (5)

Terminator 2

Quasi venti anni prima dei “naturali” Na’vi di Avatar, la presenza del T-1000 in Terminator 2 mostra come un personaggio digitale possa mettere in crisi ogni convinzione, ribaltando qualsiasi aspettativa di stabilità e coerenza; è come se di colpo ci si trovasse di fronte a un folle personaggio fuggito da Cartoonia e rifugiatosi in un film dallo stile iperrealista, calato nel nostro presente e assolutamente verosimile; le sue braccia si trasformano come quelle del giudice di Chi ha incastrato Roger Rabbit? e se non gli fossero imposte delle limitazioni, per esempio l’incapacità di trasformarsi in meccanismi o esplosivi, sarebbe potenzialmente in grado di diventare qualsiasi cosa.

Trovandosi di fronte alla impossibilità di riproporre uno Schwarzenegger malefico (la popolarità dell’attore tra i due Terminator è salita a tal punto che non si può più proporlo come un villain), James Cameron deve inventare un cattivo ancora più terribile, ma tenendo presente che non deve essere più grosso del rivale, la cui stazza lo rende già poco credibile come unità di infiltrazione tra gli umani.

Il T-1000 è figlio della tecnologia dell’effetto speciale usata per rappresentarlo: la sua immagine costituita da pixel sullo schermo del computer che la genera rispecchia la sua essenza nel film, quella di essere forma rappresentante della stessa informazione che la descrive, dove ogni singolo atomo è disposto a seconda dell’identità da replicare. Il T-800 è opera scultorea, assemblato di furiosa arte post-industriale (il cui processo di costruzione viene reso esplicito in Hardware di Richard Stanley, dove un robot militare, ricomposto da una scultrice, si riattiva e tenta di assassinare l’artista); il T-1000 è invece materia prima che dà forma a se stessa al di là del prevedibile. Se del T-800 ci viene mostrata la soggettiva, una realtà aumentata che mostra informazioni sull’ambiente sovrimpresse a un mondo virato in rosso e che nel primo film si contrappone a un’altra soggettiva, quella umana di Kyle Reese, del T-1000 non conosciamo lo sguardo, il modo di vedere; la sua essenza, definitivamente al di là dell’umano, non può essere compresa o condivisa.

Ma, pur nella sua artificialità digitale, il T-1000 ha qualcosa di primitivo, di radicale, di strettamente relativo alla sua natura di elemento; la sua vulnerabilità si dimostra con un cambiamento di stato: lo si può sciogliere o congelare, riducendolo a un liquido che ricorda il mercurio o cristallizzandolo. Come il primo Terminator schiacciato da una entità sua omologa, la pressa industriale, anche il T-1000 viene distrutto da un elemento a lui simile, la vasca di acciaio fuso, punto di nascita e di morte del metallo.

Appunti sparsi sul cinema di James Cameron (4)

Uno dei sensori di movimento di Aliens

Nonostante la ricchezza visiva, Aliens è un film che sostiene l’impossibilità dello sguardo indiretto e il fallimento dell’esperienza mediata come apportatrice di significato; al contempo è un film sulla guerra ripresa e teletrasmessa che anticipa di qualche anno quella che sarà la guerra televisiva per antonomasia, quella del Golfo persico del 1990. James Cameron è un regista che, se da un lato celebra le meraviglie della tecnologia, sia quella mostrata nei suoi film sia quella utilizzata per realizzarli, dall’altro ne mostra i fallimenti e i pericoli.

I marine del futuro di Aliens portano montata sul casco una telecamera che trasmette le immagini a una specie di regia mobile sul mezzo blindato con cui il plotone è sbarcato; la soggettiva ha contribuito così tanto a radicare il film nell’immaginario che è stata riutilizzata anche per i menù animati dell’edizione in Dvd. Alcune armi sono simili a steadicam, con una imbracatura che stabilizza le vibrazioni consentendo una mira precisa e fluida (con interessante specularità, Federico Fellini annotava nei suoi appunti per Ginger e Fred che i cameraman della trasmissione TV avrebbero dovuto impugnare le telecamere come dei mitra, la televisione come creatura violenta dallo sguardo omicida).

L’inesperto tenente Gorman si trova a ricoprire il ruolo di un regista e gli ordini che impartisce sono espressi nel linguaggio del cinema o della televisione, come panoramiche e zoom. Il tenente si rivela incapace di governare la missione quanto di controllare i suoi soldati-cameraman, risposta indiretta di Cameron ai suoi detrattori, che gli danno del bravo mestierante e nulla più: il tenente-regista fallisce il controllo della tecnologia, si rivela incapace di usarla per portare avanti la missione-trama e di guidare la sua squadra. La morte dei marine coincide con l’interruzione della ripresa, il pericolo nascosto in agguato con l’effetto neve dei disturbi elettronici. L’immagine degrada e perde di qualità mano a mano che i soldati si addentrano nella struttura della colonia e si avvicinano agli alieni. La ripresa televisiva non porta informazione proprio quando questa sarebbe più necessaria. Se le prime vittime di Alien scomparivano senza lasciare traccia, la morte elettronica dei soldati di Aliens è annunciata dal nero del monitor, mentre le linee dei loro segni vitali si appiattiscono di colpo (come già accadeva sulla Discovery per l’impercettibile morte degli ibernati uccisi da HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio) oppure rimangono flebili a indicare la loro lenta agonia.

I dispositivi radar di cui sono dotati i marine rendono invece visivo un pericolo che ancora non si è manifestato: sono detector di movimento (autocitati da Cameron successivamente in Avatar) che emettono una pulsazione continua e rassicurante nel silenzio, ma che all’avvicinarsi degli alieni si riempiono di macchie bianche che convergono verso il centro, mentre un suono acuto e intermittente aumenta la frequenza come un sonar di prossimità. I detector però riportano una realtà oggettiva diversa da quella soggettivamente percepita a cui è quindi difficile credere: i marine barricati nel laboratorio non credono ai detector quando questi segnalano che gli alieni sono vicinissimi, perché non li vedono, e troppo tardi realizzano che il nemico è sopra di loro e striscia silenzioso nel controsoffitto. Più tardi, quando Ripley troverà il localizzatore di Newt sul pavimento si accorgerà che la bambina l’ha perduto e che lei ha perso tempo seguendolo. In mancanza di possibilità interpretativa, l’occhio elettronico non porta abbastanza informazione, mente o conduce a una falsa pista.

Città tumorali: la prigione urbana di John Carpenter

L'attraversamento di Broadway, "1997: Fuga da New York"

Il cinema di John Carpenter non nutre molta fiducia nel genere umano e nella sua possibilità di riscatto; in questa linea è sua una delle più feroci, violente, comiche ed eccessive anti-utopie, 1997: Fuga da New York.

La New York di Carpenter è un’intera città trasformata in carcere di massima sicurezza, il cui posto di sorveglianza, colmo dell’ironia, si trova a Liberty Island, sotto la Statua della Libertà, passata da sinonimo di speranza a guardiana della prigionia, testimoniando così la fine del sogno americano.

Nella metropoli in cui si può solo entrare, chiusa da alte mura, dal mare, da ponti minati e abbandonata a se stessa, i condannati vivono consumando le poche risorse rimaste, cibo, abiti, benzina; i palazzi vengono costantemente saccheggiati e sempre più ridotti a macerie, diventando covi di bande che si contendono il territorio; il degrado urbano diventa ambiente di lotta per la sopravvivenza in stile post-atomico.

Svolgendosi quasi interamente di notte, il film è rischiarato solo dalle torce e dai falò nei bidoni dell’immondizia; dal buio vengono minacce e una specie di dis/ordine criminale: se da una parte tribù vestite di stracci spuntano dai tombini ed entrano nelle case per uccidere come i vendicativi fantasmi di Fog, dall’altra il ricco Duca gira, leader indiscusso e indisturbato, con il suo corteo di limousine adornate da lampadari di cristallo.

Ma pur in questa oscurità, tra il costante pericolo di essere rapinati o uccisi da chiunque e in qualunque momento, in cui si può al massimo sopravvivere (sorta di apoteosi del no-future fine anni ’70), si intravedono di tanto in tanto spiragli di possibilità: qualcuno cerca di organizzare spettacoli teatrali, l’astuto Mente/Brain scava petrolio nella biblioteca, il vecchio tassista porta ancora la sua auto e i suoi passeggeri, ascoltando una vecchia cassetta di jazz e illudendosi che la vita non sia poi così diversa e folle rispetto all’esterno.

Più che una trasformazione voluta dalle autorità, quella di New York sembra agli occhi di Carpenter una naturale evoluzione in forma violenta del degrado urbano, una rinuncia a ogni tentativo di recupero da parte di una società che, posta di fronte alla deriva sociale e al dilagare della criminalità, è interessata solo alla propria sicurezza.

In un tessuto corroso al suo interno da umani considerati alla stregua di cellule tumorali, solo un’altra metastasi sociale come il supercriminale Iena/Snake Plissken può sperare di infiltrarsi inosservata e salvare il Presidente degli Stati Uniti, il cui aereo è stato fatto schiantare da terroristi contro un grattacielo (Bin Laden non ha inventato alcunché 🙂

Scanners, il corpo mutante

La maledizione del potere

Cameron Vale è un deviante che vive ai margini della società, cibandosi degli avanzi dei tavoli dei fast food, osservato con ribrezzo dalla clientela “rispettabile”. Ha un potere eccezionale, ma questo potere è anche la causa prima della sua emarginazione.

Scanners

Come in Scanners, spesso i poteri degli (anti)eroi di David Cronenberg si portano dietro anche una maledizione; a volte questa è il destino che vogliono o sono costretti a seguire; a volte è il corpo che crolla, beneficiario e al tempo stesso vittima di una evoluzione che non è in grado di sopportare. Le nuove capacità fisiche di Seth Brundle portano i segni devastanti dell’ibrido insettiforme. La preveggenza di Johnny Smith implica il suo sacrificio per evitare un futuro catastrofico per l’umanità. La Nuova Carne, causa ed effetto delle allucinazioni, si sviluppa come una escrescenza tumorale nel cervello di Brian O’Blivion. La telepatia permea la testa di Cameron Vale e di Darryl Revok di voci estranee che possono essere messe a tacere solo ricorrendo a sempre più potenti dosi di Ephemerol, farmaco-ponte per il paradiso/inferno. I gemelli Beverly e Elliot Mantle non possono che portare all’estrema fisicità la loro simbiosi empatica, scambiandosi le vite quando fa loro comodo ma costretti a lasciarsi permeare l’uno dalla tossicodipendenza e dalla malattia dell’altro.

La punizione, o il premio finale, per aver toccato il cielo o aver visto il volto della Gorgone, è immancabilmente, la solitudine, la morte, la dissoluzione. In questo, tutti i protagonisti di Cronenberg sono soli con la loro mente e con il loro corpo, ognuno in lotta con la sua personale mutazione, diversi e costretti all’esilio sociale, fino all’inevitabile scomparsa.

Scanners

Scanners termina con un corpo consumato, distrutto, carbonizzato: l’ultima forma “pura” di Cameron Vale o di Darryl Revok o di tanti altri protagonisti cronenberghiani: l’ultimo respiro della Brundlefly mischiata alla telecapsula, l’ultimo stadio della videoparola fatta carne, l’ultima crisalide fallita.

La mia arte. Il senno.

Scanners

Il cinema di Cronenberg è spesso cinema sulla creazione artistica, sulle sue cause e scopi: arte che riflette su altra arte, mente che riflette su altre menti. I personaggi sono animati da volontà speculativa, dal desiderio di contemplare, comprendere e indirizzare la loro mutazione anche attraverso l’osservazione delle mutazioni altrui.

Il protagonista di Videodrome rilancia e concretizza nella videoarena allucinatoria le sue fantasie e le sue pulsioni, che a loro volta lo trasformeranno, riversandosi nella ferita/vcr-slot del video-uomo. Il Brundle-fly della Mosca vive in un laboratorio che perde giorno dopo giorno il suo aspetto scientifico e diventa atelier, alla ricerca del senso della carne e sperimentando una riproduzione-ricostruzione della natura, scopo dell’arte classica. Il ginecologo Beverly Mantle di Inseparabili si fa realizzare da un artista speciali strumenti chirurgici di sua ideazione “per operare sui mutanti”, che non possono in alcun modo essere utili per operare e quindi privi di ogni funzione. In Pasto nudo, i rapporti dall’Interzona diventano metafora della catarsi del romanzo per lo scrittore Bill Lee, affetto dalla “malattia” (tossicodipendenza della scrittura) e costretto a infilare le dita nelle macchine per scrivere che hanno l’aspetto di giganteschi scarafaggi. I feticisti dell’automobile di Crash sono all’ansiosa ricerca della loro possiiblità d’espressione, che trova una via nel tentativo di riprodurre incidenti stradali il più possibile fedeli agli originali.

Scanners

In Scanners il telepate Benjamin Pierce trova nell’arte l’alternativa all’Ephemerol, unico farmaco in grado di mettere il silenziatore alle voci che affollano la sua mente: come molti artisti (gli espressionisti tedeschi come punto di riferimento non solo stilistico) si esilia dalla società che lo opprime, soffocando la sua personalità individuale e invadendola con il “sentire” collettivo, e proietta nelle sue opere, al contempo cercando di liberarsene, i ricordi, le immagini che lo ossessionano: scienziati folli, trapanazioni cerebrali, volti che piangono sangue che si riversa in un cranio aperto e vivo.

Scanners

Per Cameron Vale l’unico modo di comprendere la strada intrapresa dallo scultore è quello di entrare nel suo cervello, telepaticamente, fisicamente e metaforicamente, attraverso l’enorme scultura della testa coricata (una musa tutt’altro che addormentata) in lavorazione nella casa di Pierce. E’ in questo modo che, appena in tempo ma comunque troppo tardi, entra in contatto con l’ultima espressione dell’artista, il momento della sua morte, il suo grido per quella vita da cui ha sempre cercato di fuggire. Ma Vale non è un artista e dell’artista non riesce a condividere la visione, troppo sciamanica e troppo distaccata dalla realtà per apparirgli razionalmente accettabile; la sua mutazione è destinata a seguire un percorso diverso.

Lo sguardo sull’invisibile

Scanners

Per quanto possa sembrare paradossale, data l’abbondanza di effetti speciali, Scanners è un film sull’invisibile, su una realtà di per sé irrappresentabile, su qualcosa che sta oltre i nostri sensi di comuni mortali e non può quindi essere portato direttamente sullo schermo. Azione e dialoghi sono spesso telepatici, i personaggi si introducono di continuo l’uno nella mente dell’altro, con una mimica e una verbalità ridotte, ma a tratti necessariamente eccessive. Assistiamo quindi a una serie di comportamenti involontari a cui è impossibile opporsi: smorfie, tremiti, malori, emorragie, epistassi, soffocamenti; le vene si gonfiano come muscoli, esplodono; i corpi cedono all’autocombustione; il cervello erutta la pressione e la mutazione nella carne.

Scanners

La colonna sonora lascia spazio al rumore bianco, si riempie di voci che si fanno via via sempre più indistinguibili, fino ad ammucchiarsi in un caos di basse frequenze confuse. Sono le voci degli altri, che penetrano immanenti nei pensieri; sono la nemesi delle voci nella testa di Spider, che moltiplicano e spostano all’esterno le soggettive, aggiungendo all’orrore per se stessi, per la propria diversità, l’orrore di essere guardati.

Scanners

In un film sull’invisibile l’ultimo passo dello scontro supremo è la perdita della vista: gli occhi sbiancano, si liquefanno, esplodono. Il massimo impulso telepatico corrisponde alla cecità, alla rinuncia a tutti gli altri sensi, alla chiusura rispetto al mondo normalmente percepibile.

Il corpo rivoltato

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Una testa che esplode: la dimostrazione dei poteri di uno scanner durante quello che avrebbe dovuto essere solo un esperimento di telepatia. Si tratta di una delle scene più sorprendenti di Scanners, entrata nella storia del cinema e che contraddice il principio hitchockiano sul pubblico informato di ciò che sta per avvenire. Un impatto regolato al massimo che annulla ogni possibile crescendo emotivo e che ci dice che d’ora in poi tutto è possibile.

Nel cinema di Cronenberg non sono pochi i corpi, umani, animali, biomeccanici, che vengono rivoltati, rigirati a mostrare l’interno, in un tentativo di esporre l’inconciliabilità di bellezza esteriore e interiore (il ginecologo di Inseparabili vorrebbe un premio per la bellezza interiore della sua paziente). L’interno del corpo, con il suo affollamento di pensieri, pressione, gente, mostra carne sulla quale bisogna impararare. E i personaggi di Cronenberg sembrano lì per esplorare e conoscere, come lo scienziato Brundle di fronte al rinnovamento del suo fisico, come i gemelli Mantle quando esaminano le loro pazienti e poi la patologia che li colpisce, come il dottor Keloid con i suoi tessuti sperimentali. E’ all’interno del corpo che può annidarsi l’insetto, il demone, il parassita, la zona morta, il tumore, la videocassetta di carne che programma le nostre allucinazioni, il doppio mascherato.

Il corpo/corporazione

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William Gibson ci ha insegnato che le aziende sono forme di vita; Cronenberg non è da meno e, a modo suo, le descrive come corpi affetti da una malattia che li porta ad autodivorarsi e a lottare con i propri gangli. Il governo, lo Stato, l’ordine costituito nei suoi film sono quasi sempre assenti. Al loro posto si materializzano grandi società dai nomi bizzarri e altisonanti, scopi misteriosi e strutture impalpabili ma tuttavia costantemente presenti. Sono aziende farmaceutiche, come la ConSec o la Biocarbon Almalgamate, ottiche, come la Spectacular Optical di Videodrome, o produttrici di videogame, come l’Antenna Research di eXistenZ.

Scanners

Sono occhi multipli che ci spiano, che ci sottopongono a esperimenti, che sanno dove siamo in ogni momento, ma che a volte, per incuria, distrazione, disinteresse, perdono il controllo. Le decisioni sembrano talvolta prese in giganteschi grattacieli da individui senza personalità, da segreti consigli di amministrazione, da azionisti. Ma quelle che vediamo sono solo coperture, pedine che del comando hanno solo l’illusione. Il potere, la volontà, ammesso che esistano realmente e che siano attribuibili a una entità definita, risiedono da qualche altra parte, in sotterranei spogli o in capannoni abbandonati.

I corridoi della ConSec di Scanners sono bianchi, immacolati. Ma la moquette rossa, colore-feticcio di Cronenberg (rosse e ben poco rassicuranti sono persino le uniformi dei medici di Inseparabili), ci suggerisce che sotto c’è il sangue, il pericolo, il fuori controllo.