Domenica 25 luglio 2010
Terminator 2
Quasi venti anni prima dei "naturali" Na'vi di Avatar, la presenza del T-1000 in Terminator 2 mostra come un personaggio digitale possa mettere in crisi ogni convinzione, ribaltando qualsiasi aspettativa di stabilità e coerenza; è come se di colpo ci si trovasse di fronte a un folle personaggio fuggito da Cartoonia e rifugiatosi in un film dallo stile iperrealista, calato nel nostro presente e assolutamente verosimile; le sue braccia si trasformano come quelle del giudice di Chi ha incastrato Roger Rabbit? e se non gli fossero imposte delle limitazioni, per esempio l'incapacità di trasformarsi in meccanismi o esplosivi, sarebbe potenzialmente in grado di diventare qualsiasi cosa.
Trovandosi di fronte alla impossibilità di riproporre uno Schwarzenegger malefico (la popolarità dell'attore tra i due Terminator è salita a tal punto che non si può più proporlo come un villain), James Cameron deve inventare un cattivo ancora più terribile, ma tenendo presente che non deve essere più grosso del rivale, la cui stazza lo rende già poco credibile come “unità di infiltrazione” tra gli umani.
Il T-1000 è figlio della tecnologia dell'effetto speciale usata per rappresentarlo: la sua immagine costituita da pixel sullo schermo del computer che la genera rispecchia la sua essenza nel film, quella di essere forma rappresentante della stessa informazione che la descrive, dove ogni singolo atomo è disposto a seconda dell'identità da replicare. Il T-800 è opera scultorea, assemblato di furiosa arte post-industriale (il cui processo di costruzione viene reso esplicito in Hardware di Richard Stanley, dove un robot militare, ricomposto da una scultrice, si riattiva e tenta di assassinare l'artista); il T-1000 è invece materia prima che dà forma a se stessa al di là del prevedibile. Se del T-800 ci viene mostrata la soggettiva, una realtà aumentata che mostra informazioni sull'ambiente sovrimpresse a un mondo virato in rosso e che nel primo film si contrappone a un'altra soggettiva, quella umana di Kyle Reese, del T-1000 non conosciamo lo sguardo, il modo di vedere; la sua essenza, definitivamente al di là dell'umano, non può essere compresa o condivisa.
Ma, pur nella sua artificialità digitale, il T-1000 ha qualcosa di primitivo, di radicale, di strettamente relativo alla sua natura di elemento; la sua vulnerabilità si dimostra con un cambiamento di stato: lo si può sciogliere o congelare, riducendolo a un liquido che ricorda il mercurio o cristallizzandolo. Come il primo Terminator schiacciato da una entità sua omologa, la pressa industriale, anche il T-1000 viene distrutto da un elemento a lui simile, la vasca di acciaio fuso, punto di nascita e di morte del metallo.
Scritto da gky -
Nuovo commento
-
Precedente: Come salvare il culo
Fil rouge: Ghezzi acidi
Provate a leggere anche:
Venerdì 25 giugno 2010
Aldo Brancher è uno che nella vita ha fatto diversi lavori: sacerdote cattolico, collaboratore del settimanale Famiglia cristiana, dipendente di Publitalia, dirigente Fininvest, dove si è occupato anche di spot politici, parlamentare di Forza Italia, sottosegretario alle Riforme e infine Ministro della Sussidiarietà e Decentramento, già Attuazione del Federalismo (nome cambiato al volo per salvaguardare almeno un piccolo pezzo di facciata). Niente male per uno che esibisce il raffinato titolo di studio di "baccelierato in teologia".
Non sarebbe il caso di parlare di quest'uomo se non fosse per alcuni piccoli, insignificanti e quasi trascurabili dettagli.
Tanto per cominciare, il Governo italiano è già dotato di un paio di ministri dalle competenze molto simili a quelle che ora dovrebbero essere del Brancher: il primo è Umberto Bossi, Ministro delle Riforme per il Federalismo, il secondo è Roberto Calderoli, Ministro della Semplificazione Normativa. Non si capisce bene che cosa si possa ritagliare da questi ruoli per giustificare la presenza di un Ministro della Sussidiarietà e Decentramento, ma probabilmente Bossi e Calderoli soffrono per il superlavoro; il Calderoli da parte sua s'è fatto un mazzo così per recuperare migliaia di leggi a cui dare fuoco sulla pubblica piazza e il Bossi, poveretto, mostra da tempo chiari segni di affaticamento fisico e mentale (ne sono ulteriore e forse superflua prova le sue ultime, deliranti e contradditorie dichiarazioni in materia calcistica).
A questo si aggiunge che la storia giudiziaria del Brancher non è proprio tranquilla. Arrestato nel 1993 nell'ambito della cosidetta inchiesta "Mani pulite", rimase alloggiato nel carcere di San Vittore per alcuni mesi e venne condannato per reatucoli come finanziamento illecito ai partiti e falso in bilancio. Se la cavò con la prescrizione per il primo e per la depenalizzazione di fatto del secondo nel 2001 da parte del suo ex(?) datore di lavoro Silvio Berlusconi.
Caso vuole che ora il Brancher sia coinvolto con l'accusa di ricettazione nelle indagini per lo scandalo della banca Antonveneta, denominato simpaticamente dalla stampa "Bancopoli". Dopo cinque giorni dalla nomina, il neoministro si è appellato al legittimo impedimento: non sa ancora precisamente che cosa dovrà fare come ministro, ma sa già che sarà così oberato di impegni da non potersi presentare in un'aula di tribunale. Di sicuro avrà il suo bel da fare per destreggiarsi in un ministero "molto low cost", come l'ha definito il suo collega Giulio Tremonti: forse viaggerà con Ryanair e farà la spesa al Lidl. Magari gli daranno un'auto blu usata.
A proposito di auto blu, il ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta nel suo piccolo si è messo a contarle. Al momento ne ha trovate circa novantamila, ma le sta ancora contando: dice che ci vorranno settimane, probabilmente le conta da solo una a una; lo si potrebbe aiutare con un bel progetto di "social spotting": se qualcuno vede un'auto blu, la segnali su Google Maps.
[edit] Dopo le reazioni schifate del Pubblico Ministero e del Presidente della Repubblica, i legali del Brancher hanno dichiarato che rinunceranno al legittimo impedimento. Avranno forse scoperto che non gli serve?
Scritto da gky -
Nuovo commento
-
Giovedì 29 aprile 2010
Marilyn Manson
"Marilyn Monroe + Charles Manson = Marilyn Manson"
Il giovane studente Brian Warner cerca più volte di farsi espellere dalla Heritage Christian School, che odia, ma non ha fatto i conti con i sani princìpi del sistema scolastico privato: la famiglia Warner infatti paga regolarmente la retta; ogni provocazione di Brian, per quanto spinta, gli guadagna solo qualche misero giorno di sospensione. Con il tempo Brian metabolizza il concetto: confezionare e vendere la provocazione per i figli di una borghesia ottusa e bigotta.
A vent'anni assume il nome d'arte "maledetto" di Marilyn Manson e fonda il suo gruppo rock, con l'ottimo Twiggy Ramirez al basso e soprattutto l'accorta supervisione di Trent Reznor, che inietta nella band il sound dei Nine Inch Nails.
Marilyn Manson si costruisce una carriera basata sul suono e sull'immagine: il primo mischia metal, industrial e grunge, suggestioni pop, punk e dark; la seconda dipinge un mutante per tutte le occasioni, con arti smisurati, gli occhi dai colori diversi e impossibili, la pelle anemica di un vampiro, androgino o asessuato, vestiti dai colori chiassosi o stracci corrosi da futuri fallout nucleari.
Manson provoca con un linguaggio forte, con dichiarazioni a volte contraddittorie sull'uso delle droghe, sulla violenza e sulle armi, dichiarazioni così dirette a stupire da rivelarsi spesso solo battute affrettate e inconcludenti. Ma quando abbandona la figura del "maledetto a tutti i costi" è capace anche di osservazioni lucide e assennate, come quando Michael Moore lo intervista nel suo film Bowling a Columbine, dopo che, a seguito del massacro della Columbine High School, diversi gruppi dei soliti benpensanti se la sono presa con i "messaggi violenti" del "rock satanico" e non, stranamente, contro la cultura USA delle libere armi.
La trilogia centrale di Manson è la sua produzione più interessante, sorta di lungo concept album in tre puntate, accompagnato da videoclip ai confini dell'horror, del grand guignol teatrale o della fantascienza, non innovativi ma sempre ben curati, come nel caso di The Dope Show, della dissacrante Disposable Teens o della cover sofferente e disperata di Sweet Dreams degli Eurythmics.
In Antichrist Superstar il suono sporco e duro celebra la nascita e mutazione di un rocker, Disintegrator, che passa da verme apatico ad angelo sterminatore; ossessioni paranoiche, chitarre distorte che si fondono con sintetizzatori rochi e ritmiche ossessive. Con Mechanical Animals l'angelo diventa un alieno che tenta di redimere il mondo, in uno stile glam rock che richiama un altro alieno, il David Bowie dell'Uomo che cadde sulla Terra; l'album, dai suoni fastosi e magniloquenti, trova in se stesso la sua nemesi, con gli attacchi ai "sistemi" delle droghe e dell'industria discografica. Il terzo disco, Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death), è la storia di una sconfitta: l'angelo Manson appare crocefisso e putrefatto, messia abbandonato dal mondo per cui ha cercato di vivere e che ora maledice. Per bizzarra coincidenza, è l'album di minor successo della band, coinvolta nel vortice delle accuse mediatiche post Columbine. La musica si ripiega su se stessa, tornando a essere quella cupa degli esordi alla "no future".
Alla trilogia segue poco di interessante: Marilyn Manson, stanco o a corto di idee, si accontenta di innocue celebrazioni del grottesco e della decadenza del capitalismo e dipinge acquarelli, non appare più in grado di provocare e offendere più, se non al massimo qualche teocon particolarmente stupido. In attesa di una resurrezione, l'alieno pare avviato a una deriva verso il pop più becero e commerciale. Se oggi ci tocca sentire Lady Gaga mentre facciamo la spesa al supermercato forse è anche colpa sua.
Scritto da gky -
Nuovo commento
-
Successivo: Come salvare il culo
Precedente: I panni sporchi
Fil rouge: Music is my radar
Provate a leggere anche:
Domenica 18 aprile 2010
Non varrebbe la pena occuparsi dell'ennesima corbelleria uscita ieri dalla bocca di Silvio Berlusconi, se non fosse che quest'uomo occupa il posto di Presidente del Consiglio dei Ministri e la sua opinione conta pur sempre qualcosa, se non altro per la rilevanza che questa carica istituzionale ha nel nostro ordinamento.
Ordunque, il nostro beneamato (da milioni di persone, pare) Presidente ha dichiarato che la mafia italiana è quella più conosciuta grazie a "un supporto promozionale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese"; il "supporto promozionale" è costituito, sempre secondo il Presidente, da opere come la serie televisiva La piovra o il libro Gomorra.
Lo scrittore Roberto Saviano ha risposto con una fin troppo elegante lettera aperta a Berlusconi pubblicata su Repubblica che, si spera, non rimarrà isolata. Là dove ci sarebbe potuto stare un conciso e corale "mavaffanculo", Saviano si prende la briga di spiegare, ai suoi lettori più che al Presidente, quanto sia utile, anzi necessario, parlare della mafia, perché ciò che meglio la favorisce è appunto il silenzio.
Quello che mi chiedo è però quale possa essere la ragione che ha spinto Silvio Berlusconi a espettorare un simile delirio. Una malaugurata combinazione chimica all'interno delle sue sinapsi? Un modo di andare incontro al suo elettorato? E sarà stata un'idea sua o si tratterà forse del prodotto di un ghost writer, esperto di imagologia o semplicemente scemo?
Quale risultato punta a ottenere il Presidente con questo suo intervento? Screditare chi parla di mafia? E agli occhi di chi? Quest'uomo è forse sinceramente, stupidamente convinto che una falsa o quanto meno incompleta immagine idilliaca dell'Italia sia più importante del racconto della verità?
Scritto da gky -




-
Commenti (3)
-
Mercoledì 14 aprile 2010
Uno dei sensori di movimento di Aliens
Nonostante la ricchezza visiva, Aliens è un film che sostiene l'impossibilità dello sguardo indiretto e il fallimento dell'esperienza mediata come apportatrice di significato; al contempo è un film sulla guerra ripresa e teletrasmessa che anticipa di qualche anno quella che sarà la guerra televisiva per antonomasia, quella del Golfo persico del 1990. James Cameron è un regista che, se da un lato celebra le meraviglie della tecnologia, sia quella mostrata nei suoi film sia quella utilizzata per realizzarli, dall'altro ne mostra i fallimenti e i pericoli.
I marine del futuro di Aliens portano montata sul casco una telecamera che trasmette le immagini a una specie di regia mobile sul mezzo blindato con cui il plotone è sbarcato; la soggettiva ha contribuito così tanto a radicare il film nell'immaginario che è stata riutilizzata anche per i menù animati dell'edizione in Dvd. Alcune armi sono simili a steadicam, con una imbracatura che stabilizza le vibrazioni consentendo una mira precisa e fluida (con interessante specularità, Federico Fellini annotava nei suoi appunti per Ginger e Fred che i cameraman della trasmissione TV avrebbero dovuto impugnare le telecamere come dei mitra, la televisione come creatura violenta dallo sguardo omicida).
L'inesperto tenente Gorman si trova a ricoprire il ruolo di un regista e gli ordini che impartisce sono espressi nel linguaggio del cinema o della televisione, come panoramiche e zoom. Il tenente si rivela incapace di governare la missione quanto di controllare i suoi soldati-cameraman, risposta indiretta di Cameron ai suoi detrattori, che gli danno del bravo mestierante e nulla più: il tenente-regista fallisce il controllo della tecnologia, si rivela incapace di usarla per portare avanti la missione-trama e di guidare la sua squadra. La morte dei marine coincide con l'interruzione della ripresa, il pericolo nascosto in agguato con l'effetto neve dei disturbi elettronici. L'immagine degrada e perde di qualità mano a mano che i soldati si addentrano nella struttura della colonia e si avvicinano agli alieni. La ripresa televisiva non porta informazione proprio quando questa sarebbe più necessaria. Se le prime vittime di Alien scomparivano senza lasciare traccia, la morte elettronica dei soldati di Aliens è annunciata dal nero del monitor, mentre le linee dei loro segni vitali si appiattiscono di colpo (come già accadeva sulla Discovery per l'impercettibile morte degli ibernati uccisi da HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio) oppure rimangono flebili a indicare la loro lenta agonia.
I dispositivi radar di cui sono dotati i marine rendono invece visivo un pericolo che ancora non si è manifestato: sono detector di movimento (autocitati da Cameron successivamente in Avatar) che emettono una pulsazione continua e rassicurante nel silenzio, ma che all'avvicinarsi degli alieni si riempiono di macchie bianche che convergono verso il centro, mentre un suono acuto e intermittente aumenta la frequenza come un sonar di prossimità. I detector però riportano una realtà oggettiva diversa da quella soggettivamente percepita a cui è quindi difficile credere: i marine barricati nel laboratorio non credono ai detector quando questi segnalano che gli alieni sono vicinissimi, perché non li vedono, e troppo tardi realizzano che il nemico è sopra di loro e striscia silenzioso nel controsoffitto. Più tardi, quando Ripley troverà il localizzatore di Newt sul pavimento si accorgerà che la bambina l'ha perduto e che lei ha perso tempo seguendolo. In mancanza di possibilità interpretativa, l'occhio elettronico non porta abbastanza informazione, mente o conduce a una falsa pista.
Scritto da gky -
Nuovo commento
-
Successivo: I panni sporchi
Precedente: Omicidi a effetto ritardato
Fil rouge: Ghezzi acidi
You may also like: