Blade Runner 2049: la solitudine del futuro

Il 2049 di Blade Runner non è un nostro futuro ma un futuro alternativo, sganciato dalla nostra linea temporale (perché il 2019 di Blade Runner è a sua volta diventato con il tempo un nostro presente alternativo), un futuro in cui ancora sopravvivono Atari e Pan Am, in cui la tecnologia ha virato verso un’altra direzione; non ci sono onnipresenti cellulari e gli incontri non si svolgono in mondi virtuali, come se il cinema volesse cancellare una tecnologia che con la sua sola esistenza rende difficili o, peggio, scontate nuove narrazioni.

Blade Runner 2049

E’ un futuro quindi in qualche modo retrò, popolato da personaggi (naturali o artificiali) prevalentemente soli, anche nelle inquadrature, che si muovono in un mondo morente, non sopravvissuti ma residui di umanità, sovrastati da architetture gigantesche che hanno perso la loro funzione originaria.

Il design si svuota: dove Ridley Scott mostrava ambienti affollati di persone e oggetti, Denis Villeneuve evita un production design ormai inflazionato (Il quinto elemento, la seconda trilogia di Star Wars) e predilige, come in Arrival, scenografie immense e quasi deserte, dove, come su un palcoscenico minimale, sono presenti solo gli arredi e gli accessori che servono all’azione. Certo 2049 ripropone la Los Angeles/Metropolis dell’originale ma vira verso altri modelli: le strutture di A.I. di Spielberg, le gigantesche figure femminili di Fellini della Città delle donne e delle Tentazioni del dottor Antonio, gli ambienti industriali disumanizzati del Deserto rosso di Antonioni, i contenitori di cloni del quarto Alien di Jeunet. Anche l’azione si riduce al minimo indispensabile: controcorrente rispetto al dilagare degli “sparatutto” cinematografici, 2049 è un film composto soprattutto da dialoghi e silenzi. I tempi si dilatano fino al limite della resistenza dello spettatore, quasi a voler rimarcare una distanza “artistica” dalla produzione attuale e a cercare un pubblico che sia davvero motivato ad assistere e che non cerchi il semplice intrattenimento.

La periferia mostra una discarica che ricorda la Terra di WALL-E ma dove non si trovano simpatici robot che impacchettano rifiuti, bensì bambini che recuperano, restaurano e riciclano, bambini che riflettono quelli che vivono alle periferie del nostro mondo.

Blade Runner 2049

La differenza tra umano e artificiale si sposta a un altro livello: i replicanti sono umani ma non possono né partorire né essere partoriti. L’ultima barriera è quindi la possibilità di diventare e perpetuare una specie: “essere partorito significa avere un’anima”. La nascita diventa una certezza inconfutabile di distinzione, al di là di tutti i possibili test Voight-Kampff. Parallelamente, il timore per il robot macchina di von Neumann diventa la paura dell’avvento di una nuova stirpe in grado non tanto di autoreplicarsi quanto di riprodursi; la sostituzione del singolo si estende a livello di specie.

Il “cacciatore di androidi” K non sogna pecore elettriche ma ha in casa una intelligenza artificiale sotto forma di ologramma “vivente”, macchina che desidera (o deve?) essergli vera compagna, arrivando a reclutare un corpo di prostituta da rivestire con se stessa per colmare la lacuna della sua fisicità. Ma la macchina autocosciente è intelligenza sterile. Il sogno è essere vivi e K lo realizza in modo parallelo a quello di Roy Batty, cercando non “più vita” per se stesso ma “la vita” di chiunque. Al di là della guerra tra specie che sembra profilarsi nell’universo di Blade Runner, diventa ininfluente se siamo o no replicanti ma che cosa siamo in grado di fare.

Blade Runner 2049

La colonna sonora riecheggia il senso di solitudine, con isolate percussioni, mai così imperiose e assolute, e un wall of sound di sintetizzatori che riempie gli spazi sonori svuotati di dialoghi e rumori. Emergono ricordi di Vangelis del primo film, fantasmi frammentati di Elvis Presley e Frank Sinatra da un’altra epoca, ridotti in visione a ologrammi guasti.

Citazioni e simboli sono ovunque, da Nabokov alle api, fino al creatore cieco che non riesce a essere compiutamente un dio. Se Blade Runner 2049 non è il film perfetto (ma quali grandi opere lo sono?), ha tuttavia il coraggio e la capacità di trovare nuovi orizzonti e modi di espressione, entrando nella nicchia della fantascienza che non si ferma al racconto ma esplora ed espande i nostri dubbi e inquietudini.

Sotto la pioggia verso Tannhauser: L’uomo trasparente di Maurizio Di Tollo

Maurizio Di Tollo - L'uomo trasparente

E’ bello sapere che Maurizio “Mau” Di Tollo, che tra le numerose esperienze è stato anche batterista della Maschera di cera, sta lavorando a un nuovo disco da solista. Sono già passati due anni dal suo primo album, L’uomo trasparente, affascinante, ricco di suggestioni, malinconico e speranzoso allo stesso tempo.

Mau scrive, arrangia, canta, suona più strumenti, accompagnato da musicisti che non sono gregari ma amici e compagni di viaggio, che arrichiscono il pensiero dell’autore con i loro, a partire dal direttore artistico e bassista del disco Christian Marras. Ne escono poesie in musica, melodie galleggianti su infiniti mari di suoni, con echi di synth che arrivano dallo spazio profondo, dalle porte di Tannhauser, dalla pioggia che cade e dalla casa di un solitario cacciatore di androidi.

Maurizio Di Tollo

E’ tra una goccia di pioggia e l’altra che arrivano le voci, ora decise e potenti, ora sospese e mormoranti, come perse nei ricordi, mentre melanconici carillon e pianoforti sospesi nel vuoto vengono travolti da impetuose e lancinanti chitarre e percussioni. Tra i suoni di L’uomo trasparente si sentono tracce di Mike Oldfield e di Peter Gabriel, fino al David Sylvian più sperimentale; suoni curati nei dettagli, come anche la grafica del booklet che accompagna il disco, elaborata da Ksenja Laginja, che aggiunge il suo tocco di artista dark.

Per quanto personale e intimista, Mau non scrive per se stesso ma per chi lo ascolta, per raccontare di un viaggio e del suo viaggiatore, per condividerne esperienze e riflessioni. L’uomo trasparente è ricco di parole e di suoni ma soprattutto di vita e di voglia di comunicare.

Cabine cinematografiche

“Il telefono è pubblico!”
“Oh! Ho capito! Un momento! Se è pubblico, è pubblico pure per me, no?!?”

(dialogo da Turné, di Gabriele Salvatores)

Scrive ironicamente (ma nemmeno tanto) il buon Granieri nel commento a un suo post su Facebook che, trovandosi con il telefono cellulare scarico, lui, più che una cabina telefonica, cercherebbe una presa di corrente. Il caro sor Gigin vive da sempre con qualche anno di anticipo: celebrava la morte della carta in favore dell’e-ink quando non esisteva ancora il Kindle.

Sulla cabina telefonica ha pienamente ragione: questi oggetti (o luoghi?) sono praticamente scomparsi dalle nostre vite nel giro di pochi anni. Di questi tempi se ne trova qualcuna in giro con un cartello attaccato che dice che se la si vuole mantenere bisogna rivolgersi alla Telecom prima della data di disattivazione (e chi l’ha mai fatto?). Nel Regno Unito le telephone box rosse si salvano in parte in quanto sono diventate un tale oggetto di culto da finire persino all’estero come elemento di arredo British style, mentre da noi sono solo pezzi di ferraglia inesorabilmente avviati verso la demolizione.

Il telefono pubblico ha rappresentato per decenni l’unica possibilità di contatto immediato lontano da casa, tanto da venire rappresentata in moltissimi film, divenendo anche elemento significativo, se non addirittura insostituibile, della trama, a partire (o a concludere?) dall’esercizio di stile di Joel Schumacher In linea con l’assassino, che si svolge quasi interamente all’interno di una cabina. Ecco un breve elenco, sicuramente bucherellato e incompleto, sull’onda dei ricordi.

Amici miei

Non si contano i film, soprattutto italiani, con personaggi che, dall’epoca in cui anche il telefono fisso era un lusso, chiamano da una cabina o da un bar. Uno per tutti, in Amici miei il telefono è l’ambito oggetto del conte Mascetti, utilizzato per impagabili supercazzole e laide chiamate a moglie e amanti.

Terminator

Da un telefono pubblico parte il lungo inseguimento di Sarah Connor da parte del Terminator di James Cameron: l’unico modo che ha il robot di trovare la sua vittima è cercarla sull’elenco telefonico e uccidere tutte quelle che portano lo stesso nome.

Matrix

Diversi attacchi elettronici partono invece dalle cabine di Scanners, Wargames e Brainstorm: il telefono entra nell’immaginario hacker sin dai tempi di Capitan Crunch. Una cabina telefonica è anche la prima uscita dal mondo illusorio di Matrix, in una scena che omaggia Duel di Spielberg,

Blade Runner

Curioso è vedere come nell’immaginario del futuro fosse difficile prevedere l’avvento della telefonia cellulare, tanto che troviamo avveniristiche cabine telefoniche, quasi sempre dotate anche di video) in numerosi film. Dal telefono di un bar chiama il protagonista di Blade Runner di Ridley Scott, cercando maldestramente un appuntamento con una replicante.

2001: odissea nello spazio

Addirittura su una stazione spaziale si trova invece la cabina da cui il dottor Floyd chiama la figlia in 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Aguzzando la vista, si possono leggere persino le istruzioni per l’uso del telefono, come anche quelle del bagno a gravità zero in una scena successiva.

Il Dottor Stranamore

Sembre in Kubrick troviamo, nel Dottor Stranamore, una cabina telefonica da cui parte la chiamata fatta dal colonnello Mandrake al Presidente degli Stati Uniti (personaggi interpretati dal medesimo Peter Sellers), chiamata che serve per comunicare il vitale codice di richiamo dei bombardieri che stanno per annientare la Russia a colpi di atomiche. Situazione drammatica e comica al tempo stesso, in cui il colonnello si trova a fare i conti con la carenza di monetine necessarie per l’importante telefonata. Il tutto in un film celebre anche per l’esilarante conversazione telefonica tra Presidenti USA e URSS.

L'esercito delle 12 scimmie

Altra telefonata determinante, nel bene e nel male, è quella fatta da Bruce Willis a una segreteria telefonica che sarà ascoltata dai suoi mandanti del futuro nell’allucinato L’esercito delle 12 scimmie dell’ex-Monty Phyton Terry Gilliam.

Rosemary's Baby

Claustrofobica diventa invece la cabina/rifugio in una lunga scena del paranoico Rosemary’s Baby di Roman Polanski. La disgraziata protagonista Mia Farrow, messa incinta niente meno che dal Diavolo in persona e circondata da persone che complottano contro di lei, marito per primo, cerca disperatamente (e invano) aiuto nel suo medico di fiducia, mentre alle sue spalle un misterioso individuo si piazza fuori dalla cabina in attesa.

Gli uccelli

Ma il premio “cabina claustrofobica” se lo prende ovviamente Alfred Hitchcock; il maestro del terrore passa dalla cabina della doccia di Psyco a quella telefonica di Gli uccelli: questa volta tocca a Tippi Hedren cercare una temporanea salvezza dalla furia dei simpatici pennuti che sconvolgono la tranquilla cittadina di Bodega Bay e forse il mondo intero con una inaspettata e letale ribellione.

Duel

Aiuto telefonico cerca anche il malcapitato automobilista di Duel di Steven Spielberg, perseguitato da un camionista impazzito che tenta di ucciderlo in uno spaventoso road movie ambientato nella provincia americana.

Fantozzi

A trovare la salvezza è invece l’eterno perdente ragionier Ugo Fantozzi, che riesce a disfarsi della invadente e invaghita (di lui) madre dell’ennesimo capo dittatore, bloccandola in una cabina telefonica con dei bidoni della spazzatura.

Superman

Chi è che ha sempre bisogno della cabina telefonica per entrare in azione? In una breve gag di Superman, il povero Christopher Reeve, in disperata ricerca del suo luogo preferito per cambiarsi dal timido Cark Kent all’impavido supereroe, trova solo un telefono pubblico senza la rassicurante protezione della cabina.

Doctor Who

Per concludere, c’è chi ha fatto della cabina telefonica una specie di astronave: nella serie televisiva Doctor Who il protagonista si muove attraverso il tempo e lo spazio con il Tardis, una gigantesca macchina spaziotemporale che vista dall’esterno è piccolissima e identica a una postazione telefonica della polizia inglese.

Blade Runner, o video ergo sum

Il test Voight-Kampff in Blade Runner

C’è un’immagine ricorrente in Blade Runner: l’occhio domina lo schermo fin dalla sequenza di apertura e ritorna ciclicamente in tutto il film. Il test Voight-Kampff osserva la dilatazione della pupilla; il gufo fasullo della Tyrell Corporation ha un occhio ancor più fasullo; nella ricerca della loro origine i replicanti passano dal costruttore di occhi; Roy indossa per scherzo degli occhi giocattolo; il creatore-padre Tyrell viene accecato prima di essere ucciso.

L’occhio e, quindi, l’atto dell’osservare e del ricordare diventano sinonimi di identità. La Tyrell pensa di poter controllare i suoi prodotti dotandoli di falsi ricordi, di una vita iniettata che ne determina i comportamenti e ne rende prevedibili le emozioni. Rachael ha una foto che la rappresenta con la madre: si tratta di un falso a cui la replicante, inconscia del proprio essere, si attacca come ultima difesa della sua umana identità, che cede di fronte alla dimostrazione di Deckard che le svela i suoi stessi ricordi più intimi. Leon si fa scoprire perché ha dimenticato le foto che si porta dietro, come una specie di album-ricordo della sua breve vita.

Vedo, dunque ricordo e sono. I replicanti non dovrebbero aver bisogno di fotografie, ma queste diventano documenti prova dell’umanità dell’essere artificiale, supporto di esperienze reali o mai vissute che cementano la loro esistenza in un blocco di realtà accettabile e dimostrabile. Morendo, Roy elenca le esperienze vissute che andranno perdute con la sua morte “come lacrime nella pioggia” e si tratta di esperienze esclusivamente visive. “Ho visto” diventa un “J’accuse” a difesa del diritto alla vita postumano in un film che è un accumulo di immagini del futuro che si fanno realtà condivisa per gli spettatori.