All’inizio di maggio del 1959 Jean-Luc Godard attraversa la Francia in auto sulle note di Come prima nella versione di Dalida, diretto al Festival di Cannes per assistere alla proiezione di I 400 colpi di François Truffaut. Godard è ormai l’unico dello storico gruppo di critici della rivista Cahiers du cinéma a non aver diretto un film; quella sera il successo di I 400 colpi lo convince a girare a sua volta il suo primo lungometraggio. “Il miglior modo di criticare film è farne uno” dice Godard all’amico e produttore Georges de Beauregard.
Nasce così nel 1960 Fino all’ultimo respiro (in originale À bout de souffle), film che cambia per sempre il modo di fare cinema.

Se con il suo film Truffaut si era limitato a innovare i temi, la rottura programmatica delle regole di sceneggiatura, ripresa e montaggio operata da Godard fa di Fino all’ultimo respiro il vero manifesto del movimento della Nouvelle Vague.
Il film Nouvelle Vague di Richard Linklater non è la storia di quel movimento scaturito dai Cahiers e nemmeno il remake dell’omonimo film di Godard del 1990, bensì la cronaca fedele della realizzazione di Fino all’ultimo respiro, dalla decisione di realizzarlo alla prima proiezione privata.
Linklater saggiamente evita di fare un film “a la Godard” ma registra quasi come un documentario le riprese, le discussioni tra regista, cast e produzione, senza cadere nell’aneddotica e confrontandosi con una personalità che era già di rottura nelle sue pose (Godard viene costantemente figurato con gli occhiali da sole, anche in piena notte o nel buio della sala cinematografica); il regista si tiene ben lontano dalle non-regole della Nouvelle Vague, con una messa in scena tradizionale e tutt’altro che improvvisata o economica; le sole riprese sull’avenue des Champs-Élysées sono un tripudio di effetti speciali invisibili per ricreare una Parigi di più di sessant’anni fa.

Nouvelle Vague ha i toni della commedia, con i volti stupiti del cast che ogni giorno si trova di fronte a quello che sembra il nuovo capriccio di un regista che forse non ha idea di che cosa sta facendo; in effetti spesso Godard scriveva le scene poco prima di girare e inventava inquadrature ed espedienti di ripresa al volo insieme al fidato operatore Raoul Coutard; ogni battuta sembra sopra le righe come una citazione storica; strizza l’occhio ai cinefili che vi possono trovare “il film sul film” come piace a loro, senz’altro da raccontare che il cinema stesso, con dialoghi di gente di cinema che parla di cinema professionalmente e al contempo in amicizia (in tal senso le conversazioni tra Godard, Truffaut, Claude Chabrol e Suzanne Schiffman sono esemplari).

E’ un atto d’amore per un cinema che significa soprattutto voglia di liberarsi dalle regole e liberamente agire, usare la luce naturale, infischiarsene se le “comparse gratuite”, costituite dagli ignari parigini che casualmente finiscono inquadrati, gettano il tanto temuto sguardo in macchina, cosa che peraltro fa intenzionalmente lo stesso Jean-Paul Belmondo nella sua corsa in auto all’inizio di Fino all’ultimo respiro, violare le inviolabili sacre regole sulla distribuzione nell’inquadratura, sui rigidi tempi del montaggio, persino sulla posizione degli oggetti tra una ripresa e l’altra. E anche un segno di rispetto per chi ha cambiato la storia del cinema ammirando film all’epoca disprezzati dalla critica e non curandosi se i propri film sarebbero stati giudicati con altrettanto disprezzo.





















