Perché ci piacciono i film catastrofici?

La catastrofe è una di quelle forme universali inconsce che Jung indica come archetipi dell’immaginario collettivo, una presenza costante fin dai miti sull’origine del mondo. Nulla di sorprendente quindi se alla rappresentazione della catastrofe sono legate molte forme d’arte e naturalmente i media spettacolari come cinema e televisione.

Deep Impact

Ma che cosa ci spinge a guardare un film catastrofico? Che cosa cerchiamo in uno spettacolo in cui persone come noi, per cui dovremmo provare empatia e compassione, sono esposte a tremendi pericoli, perdono la vita in modi più o meno orribili in incendi, terremoti, impatti con meteoriti, esplosioni nucleari?

Catarsi

Independence Day

Esorcizziamo le nostre paure verso fenomeni al di là del nostro controllo che hanno una anche remota ma pur sempre esistente probabilità di verificarsi. Non solo: abbiamo la sensazione di viverli davvero e di uscirne illesi. Nei film apocalittici la distruzione mostrata è talmente eccessiva da poter essere tranquillamente ignorata come pericolo effettivo e apprezzata come puro spettacolo, tendenza sempre più in voga nella nuova ondata digitale del filone, da Twister a 2012. Se una nave che affonda è una possibilità remota del reale, un mondo distrutto da un attacco alieno ci sembra più accettabile di quello poco rassicurante che emerge nei telegiornali nei momenti di crisi internazionali. Inoltre, guardare la sofferenza e la morte di personaggi dello schermo per cui proviamo una breve ed evanescente empatia ci rende in qualche modo più sopportabile la coscienza della fine, nostra o altrui.

Vedere l’impossibile

The Day After Tomorrow

Se il cinema è divertire, divergere dal quotidiano per esplorare le possibilità della visione impossibile, fa parte del divertimento la contemplazione della catastrofe: un film ci rende visibili, condensandoli in pochi minuti, cambiamenti geologici o climatici, di cui veniamo informati dalla scienza, reali ma non percepibili e comunque distanti, che avvengono in milioni di anni, definitivamente al di fuori della nostra portata temporale. Contemporaneamente, possiamo assistere da un luogo sicuro, la nostra poltrona, a fenomeni letali e terrificanti in modo dettagliato e iperrealista. Possiamo in definitiva cavalcare il tempo, guardare in faccia la morte, contemplarla e sopravvivere senza correre in realtà alcun rischio.

Didattica

The Day After

Alcuni film catastrofici sono percorsi di iniziazione e sembrano riservare saggi consigli per la sopravvivenza: ci aspettiamo insomma di ricavare un insegnamento o ci illudiamo della sua utilità, per esempio che comportamento adottare in un palazzo in fiamme, durante un naufragio o un fallout nucleare, e al tempo stesso immaginare come ragiremmo in una situazione estrema. Un taglio docufiction, benché più inquietante, rincuora la nostra voglia di catastrofe attribuendola alla necessità di apprendere. Al film è delegata in parte l’antica tradizione orale che comprendeva la narrazione di terribili prodigi, immani distruzioni, castighi divini ma anche la scuola di sopravvivenza ai pericoli quotidiani..

Spettacolo

Jurassic Park

Dall’Inferno di cristallo a Jurassic Park, passando per svariati Godzilla, i film catastrofici sono il luogo prediletto per la sperimentazione degli effetti speciali. Una spinta ad andare al cinema è ammirare lo stato dell’arte di trucchi che non sono limitati al confine irreale della fantascienza ma si calano nel mondo reale; vedere la distruzione un luogo familiare ci colpisce molto di più di quella di un pianeta di fantasia. Il pubblico desidera effetti sempre migliori e sempre più disastrosi, che surclassino ogni volta i precedenti: l’esagerazione della spettacolarità diventa spesso l’unico scopo, prevaricando su trama, recitazione ed eventuali messaggi.

Sadomasochismo

L'inferno di cristallo

Proviamo paura e piacere nel vedere la sofferenza altrui? Se sì, un film catastrofico soddisfa la nostra componente sadomasochistica. Possiamo soffrire insieme ai nostri eroi, gioire per la scomparsa dei cattivi di turno, spesso travolti da un disastro da loro stessi provocato, immaginando di provare le loro stesse sensazioni di pericolo, angoscia e terrore. In questo senso funzionano meglio film basati su eventi fittizi che non quelli che ricostruiscono reali accadimenti storici, perché i primi non inducono il senso di rimorso che rischiamo di provare con i secondi.

La catastrofe parla al corpo

L'avventura del Poseidon

Il nostro corpo reagisce, con aumento del battito cardiaco e rilascio di adrenalina, ai momenti di tensione, anche se simulata. Il film con effetti speciali da pugno nello stomaco viene visto fisicamente prima ancora che meditato e rielaborato. In qualche modo quindi il nostro corpo utilizza lo spettacolo per allenarsi alla reazione.

Millenarismo di comodo

The Walking Dead

La catastrofe risolve i problemi della vita quotidiana: ci permette di ignorarli (di-verte) ma anche di pensare che sarebbero completamente superati in un mondo post catastrofico che, benché peggiore, ci metterebbe a disposizione un diverso grado di libertà. Nel film apocalittico vengono spesso soppressi o sovvertiti convenzioni sociali, norme e doveri: le circostanze eccezionali, la necessità della sopravvivenza e la distruzione dell’ordine costituito ci autorizzano al furto, all’uso delle armi, alla difesa estrema e primitiva.

Ergot Project: l’onda oscura dei Beatles

Ergot Project Beat-Less

Stanley Kubrick diceva che per fare un film non era necessario scrivere una nuova storia, bastava pescare nella letteratura; cosa che regolarmente il regista faceva, utilizzando romanzi e racconti come solida base per proiettare sullo schermo non l’idea originale dello scrittore bensì la sua.

In questa chiave va letto Beat-Less, album di esordio del collettivo artistico Ergot Project. Racchiuso in una ricercata grafica steampunk c’è un esperimento che utilizza la musica dei Beatles per raccontare una visione musicale, esperimento apparentemente affidato all’anarchia ma in realtà attentamente diretto e orchestrato, dove nulla è affidato al caso.

Sono pezzi che a volte stravolgono l’impianto originale, invertendo o sopprimendo strofe e ritornelli, cambiando melodie, eliminando riff e giri caratterizzanti. La musica esce filtrata attraverso il setaccio dell’industrial e del trip hop più cupo, da cui emergono improvvise e inaspettate citazioni.

Così Tomorrow Never Knows pare uscire da Mezzanine dei Massive Attack, Revolution rallenta in una lullaby dei Cure, una dilatata Helter Skelter allunga i Nine Inch Nails sul ritmatissimo monologo del criminale Charles Manson, che proprio da questo brano faceva discendere i suoi appelli al caos e alla distruzione. Nella versione degli Ergot Project i quattro ragazzi di Liverpool passano da cantori della felicità a motore dell’inquietudine, di speranze disilluse e di nuove luci.

Orfeo Rave: il buio oltre lo Stige

Orfeo Rave

Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso.

Cesare Pavese, L’inconsolabile, da Dialoghi con Leucò

Orfeo Rave è una produzione totale, dove elementi del racconto e performance di attori, danzatori, cantanti e tecnici portano ad abitare un inquietante, gigantesco luogo scenico: l’ultimo spettacolo del Teatro della Tosse si svolge dentro il Padiglione Blu della Fiera di Genova, uno spazio immenso di decine di migliaia di metri quadri, complesso nato per mettere (e mettersi) in mostra e che quindi è completamente aperto ed esposto agli occhi dei visitatori. A chiuderlo e dividerlo nelle varie scene teatrali è il buio, una quinta temporanea ed effimera costruita con l’assenza di luce, che nasconde le scenografie fino a quando i riflettori non le illuminano e gli artisti trascinano con loro il pubblico a passarci attraverso, a occuparle o a delimitarle.

Orfeo Rave

In questa discesa agli inferi, attraverso una scala mobile spenta in un iniziale angusto spazio costretto in uno Stige di plastica trasparente, la morte di Euridice è ricostruita a frammenti da un folle Aristeo in un episodio di tragedia di provincia; Persefone è un’anziana seduta con il marito (dormiente come da tradizione) Ade sul divano di casa, Ermes un anatomopatologo videoripreso; il luogo ultimo dei defunti diviene un freddo obitorio con tavoli autoptici sui cui le anime riposano per l’eternità.

Orfeo Rave

Dall’oltretomba si esce inseguendo quasi di corsa un carrello motorizzato su cui suona un chitarrista che ricorda il Doof di Mad Max: Fury Road, attraverso tutto il padiglione fino al rave finale, rito che culmina con lo spaventoso sparagmòs dell’artista per eccellenza in una discoteca/palcoscenico, dove viene ricostruita una quarta parete che è stata per tutta la rappresentazione continuamente attraversata dagli attori, una separazione finale che lascia gli spettatori al di fuori e desiderosi di tornare a partecipare.

(fotografie Donato Aquaro/Teatro della Tosse)

 

Star Wars VII – Il non risveglio della Forza

Star Wars VII Il risveglio della Forza

(ATTENZIONE: QUALCHE SPOILER)

Harrison Ford scende dal Millennium Falcon e incontra Carrie Fisher.
“Anche tu qui?” chiede lei, “Che cosa ci fai?”
“Be’, è bello rivederti,” risponde lui, “sto cercando di fare quello che posso per salvare questo film”.
“Capisco”, ribatte lei, “Non saresti dovuto tornare. Nemmeno io, del resto”.
“Lo so,” conclude lui, “ho un gran brutto presentimento”.

Accontentatevi del trailer: le emozioni sono già tutte lì. Il problema principale di Star Wars VII non è tanto quello di non essere all’altezza come seguito della trilogia conclusa con Il ritorno dello Jedi, quanto di non essere nemmeno un buon film in sé.

Intendiamoci, il film non narcotizza, che per le sue due ore di situazioni ripetitive è un risultato discreto, ma è appunto ripetitivo; non lo è tanto perché ripropone situazioni della trilogia originale quanto perché ripropone più volte le sue stesse situazioni, privandole dell’aura che potrebbe eventualmente derivare dalla loro unicità.

Gli scontri X-Wing vs TIE Fighter, una volta riservati per l’inizio o la fine, vengono qui replicati più volte e stancano, nonostante la loro ricchezza visiva. La terza pseudo Morte Nera viene distrutta sempre nello stesso modo: almeno nel film precedente bisognava penare un pochino per disattivare uno scudo protettivo, qui basta prendere in ostaggio il primo pirla che passa, anzi, la prima pirla (dimenticavo l’importanza dell’elemento femminile) e dirle di spegnere tutto prima di buttarla nel tritarifiuti e minare il posto.

Star Wars VII Il risveglio della Forza

Il supercattivo Kylo Ren è poco più di un cosplayer di Darth Vader di cui conserva il casco come un fan. Se suo nonno fosse ancora in giro gli direbbe che è maldestro oltre che stupido e lo soffocherebbe insieme a buona parte dei veteroimperiali che popolano la galassia lontana lontana. Kylo si svela troppo presto, togliendosi la maschera, e non contento se la toglie due volte, togliendo al contempo se possibile ancor più sacralità al disvelamento, considerato poi che non c’è molto da svelare oltre al volto di Adam Driver. Il personaggio non si sviluppa e quando le rivelazioni che lo riguardano arrivano è troppo presto e lasciano indifferenti.

Che cosa rimane da salvare? Gli stormtrooper, mostrati nella loro cattiveria ma anche nella loro umanità. Il droide BB-8, fin troppo ammiccante. Poi vertiginose sequenze di azione e qualche dialogo divertente, anche se l’unica battuta azzeccata è quel “Chewbe, siamo a casa” pronunciato già nel trailer da Harrison Ford. Proprio il vecchio Han Solo e il suo amico peloso sono forse l’unica cosa veramente buona del film, anche se loro stessi sembrano esserne fin troppo consapevoli, tanto da dialogare direttamente con il pubblico più che con gli altri personaggi sullo schermo.

L’arrivo di un treno: da La Ciotat a Pordenone

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat

Sono passati centoventi anni esatti da quando i fratelli Lumière hanno ripreso L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1895). Il breve film (meno di un minuto) è uno dei più famosi della storia del cinema, non il primo ma comunque un simbolo, e mostra appunto un treno che arriva a una stazione.

Questa mattina mi giunge sul telefono l’avviso di una trasmissione via Periscope dalla stazione di Pordenone.

Alberto Farina Periscope

Con un’angolazione dell’inquadratura per un attimo molto simile a quella usata dai fratelli Lumière, Alberto Farina sta facendo uno dei suoi quotidiani interventi in cui illustra il palinsesto della giornata del canale Rai Movie. Ed ecco arrivare anche qui un treno, che Farina prenderà e da dove continuerà il suo discorso.

Certo il secondo evento non è epocale quanto il primo ma è rappresentativo di una mutazione. In un certo senso la trasmissione di Farina chiude il ciclo aperto dai Lumière: la riproduzione realizzata con mezzi al tempo prodigiosi è divenuta quotidianità, coinvolgimento im/mediato che mette sullo stesso piano autore e spettatore.

Periscope non è la prima Internet tv personale ma è comunque un simbolo della omawqatsi(1) dei nostri tempi; è l’ennesimo e forse più potente invito a “farci media”, a creare un palinsesto televisivo della nostra vita, a trasportare noi stessi nello spazio sociale dell’immagine trasformandoci in merce spettacolare, a metterci in mostra in una interazione con il potenziale pubblico mondiale; parafrasando quel misto di McLuhan e Debord che è il professor O’Blivion di Videodrome, è il nostro ultimo “divenire tv”, diventare parte della videoallucinazione che fa convergere i media elettrici.

Una famiglia giapponese guarda la diretta tv dello sbarco sulla Luna della missione Apollo 11.

Lo sbarco sulla Luna della missione Apollo 11 (un altro “arrivo del treno”) è stato l’evento rappresentativo dell’unione mondiale (o quasi) in una diretta televisiva: è stata la cronaca spettacolare davanti a cui buona parte del mondo si è fermata e si è sentita unita, condividendo allo stesso istante un momento di storia. Periscope unisce il mondo come potenziale continuo spettatore di se stesso. Se le pietre mliari condivise sono un retaggio del passato e ognuno nella moltitudine interconnessa può crearsi le proprie, la diretta Internet/tv di questa mattina è stata per me la chiusura simbolica ma definitiva della vecchia Internet e della vecchia tv,

(1) omawqatsi è una espressione che ho inventato ora traducendo “vita nella nuvola” nella lingua Hopi, ispirandomi ai titoli della trilogia Qatsi di Godfrey Reggio. Se imparerò anche a pronunciarla la userò.