C’è un racconto di Fredric Brown, Arena (1944, in Italia pubblicato in Le grandi storie della fantascienza, vol. 6) in cui un terrestre si risveglia senza ricordi in un luogo sconosciuto e quasi completamente deserto, a eccezione di un essere alieno: i due, separati da una invisibile barriera che impedisce ogni contatto, devono combattersi per decidere la salvezza dell’una o dell’altra civiltà, secondo il volere di una misteriosa entità, evitando così una terribile guerra che segnerebbe probabilmente la fine di entrambe le razze. La storia ha ispirato innumerevoli altre opere, tra cui un episodio di Star Trek (di cui è peraltro autore lo stesso Brown).

Al racconto, e a diversi archetipi della sf, deve aver pensato Andy Weir, scrivendo il romanzo da cui è tratto il film Project Hail Mary. E’ archetipo fantascientifico anche il luogo dell’azione, Tau Ceti. Weir ha però rovesciato la logica del racconto di Brown: invece che lottare, i solitari rappresentanti dei due mondi, pur separati da una necessaria barriera che confina due habitat non conciliabili, si trovano a cooperare per riuscire nella stessa missione, salvare i loro pianeti da una catastrofica fine.
I registi Phil Lord e Christopher Miller, già autori, come registi o sceneggiatori, di due meraviglie di animazione comeThe LEGO Movie e Spider-Man – Un nuovo universo, rispettando il romanzo originale, realizzano un film sul viaggio, l’amicizia, la collaborazione, la comunicazione, la ricerca del senso della vita, mescolando mezzo secolo di suggestioni cinematografiche, da Andromeda di Wise ad Arrival di Villeneuve, passando per 2001: Odissea nello spazio di Kubrick , E.T. l’extra-terrestre di Spielberg e Interstellar di Nolan.
La morte è una presenza costante: i misteriosi microroganismi neri divoratori di stelle che rischiano di provocare la fine della vita su interi pianeti, la scomparsa di tutti i compagni di viaggio dei due sopravvissuti, che a loro volta rischiano la vita in una missione suicida per salvare i rispettivi pianeti, sono elementi che potrebbero avvolgere il film in un’atmosfera lugubre. Ciononostante, siamo lontani dal cupo Sunshine di Danny Boyle: i due protagonisti, pur consci della situazione, non perdono nemmeno per un momento la loro ironia, che non spezza la tensione ma la rende sopportabile e al contempo allevia la nostalgia, la lontananza, la solitudine e sostiene la speranza e la collaborazione tra completi estranei. Parafrasando la tagline di Alien di Scott, nello spazio qualcuno può sentirti ridere.

L’umano Grace (magistralmente interpretato da Ryan Gosling, che è anche produttore del film) è un antieroe prototipo del nerd (le t-shirt indossate sull’astronave farebbero invidia al Sheldon Cooper di The Big Bang Theory), scienziato intelligente e dalle teorie controcorrente ma spaventato e vigliacco al punto dal non voler partecipare alla missione per salvare l’umanità. Trovandosi suo malgrado nello spazio, dove è stato spedito a forza contro la sua volontà, Grace, che non è un astronauta e non ha il fisico muscoloso del protagonista di action movie, affronta le situazioni con un umorismo che lo aiuta a non cedere al panico e allo sconforto, donando alla storia una imprevista leggerezza, caratteristica assai rara nei disaster space movies, di cui l’assenza di gravità (fisica) diventa una efficace metafora.
Accompagna questa avventura psichedelica al termine dell’universo una onnipresente colonna sonora, anche questa sorridente e ironica, che mescola sapientemente i brani strumentali originali di Daniel Pemberton a pezzi storici, dai Beatles a Mirima Makeba, dal tango di Carlos Di Sarli al gospel di Ike e Tina Turner, concendendosi anche ballad di Scorpions e Harry Styles.

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